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di lisachan
La signora Lotte mi sta stordendo da mezz’ora con la ricetta del budino al cioccolato, perché io ho fatto il grave errore di essere per una volta fedele a me stesso e fare davvero qualcosa che avevo pianificato di fare. Nel caso specifico, andarle a chiedere la ricetta di quel benedetto budino al quale io e Fler pensiamo costantemente da giorni senza riuscire a togliercelo dalla testa per quanto era buono. Siccome la signora Lotte è molto buona e gentile, e soprattutto non ha nulla da fare tutto il giorno, sarebbe entusiasta di non fare altro che cucinare budino per noi, ma io sono già abbastanza imbarazzato del fatto che Fler si sia autoeletto suo figlio e certi pomeriggi passi da lei le ore a tenerle il gomitolo mentre lavora a maglia, per accettare che questa routine continui. Perciò io volevo soltanto la dannata ricetta.
- E poi imburri la terrina, caro, ma ci va la giusta quantità di burro! – insiste lei, per la tredicesima volta negli ultimi dieci minuti, - Devi prendere solo lo stretto indispensabile! Durante la guerra una noce di burro era già considerata una ricchezza incredibile… - e su quello mi perdo perché squilla il cellulare.
Ringrazio un paio di santi e mi scuso a mezza voce con la signora Lotte – lei ovviamente mi ignora e continua a parlare al vuoto di guerra e burro e terrine – mentre rispondo.
Non ho nemmeno il tempo di finire la parola “pronto”, che la voce di Fler impatta contro la mia e la annulla. E non è facile annullare la mia voce.
- Sto venendo da te. – dice seccamente. Oltre lui sento i rumori del traffico, le macchine, le persone che parlano, un clacson.
Io ho ancora la signora Lotte che mi parla del budino, nell’altro orecchio.
- Cosa? – chiedo, cercando di estraniarmi dalla descrizione della densità esatta della crema, - Non ho capito.
Dall’altro lato della cornetta, Fler sospira pesantemente. Sento il suono di uno sportello che batte e capisco che è entrato in macchina, anche perché subito dopo si accende il motore.
- Sto. Venendo. Da. Te. – scandisce bene, con lo stesso tono fra lo scazzato e l’ansioso che ha usato prima, - Vedi di farti trovare in casa.
Spalanco gli occhi e la voce della signora Lotte letteralmente svanisce dai miei processi mentali.
- Stai venendo perché? – chiedo curiosamente, - Avevamo da fare?
Fler si limita ad un altro sospiro pesantissimo, di quelli che ricordo aver sentito solo da mia madre quando mi sbucciavo un ginocchio, tipo, e mi chiude il telefono in faccia senza una parola di più. Quando torno a dare attenzione alla signora Lotte, lei è già arrivata al punto in cui si infila il budino in frigo per lasciarlo riposare.
- Facciamo così. – dico, mettendole una mano sulla spalla e fissandola intensamente, - Lei me la scriva. Io poi passo a prenderla dopo.
Lei sorride angelica, stringendosi nella sua vecchissima vestaglia verde.
- Aspetti Patrick, caro?
Io annuisco distrattamente.
- Sì, pare che voglia parlarmi, sembrava importante… - mugugno mentre torno verso la porta di casa, - A più tardi, signora Lotte.
- A più tardi, caro. – mi saluta lei con la manina, prima di ritornare in casa.
Una volta dentro mi guardo appena intorno: casa è un bordello, quindi è tutto nella norma. Ci sono vestiti sparsi ovunque perché mamma questa settimana ha avuto la febbre e non è potuta passare a prenderli, e sinceramente a me non andava di prendere un borsone e presentarmi a casa sua come a dire “embè, anche se stai male questi calzini sporchi non si laveranno certo da soli!”, perciò ho tenuto tutto qui ammucchiato in un angolo. Il problema è che, non so perché, i mucchi in casa mia non resistono. Si spargono. È come fossero animati di vita loro.
Comunque, insomma, c’è un disastro e ci sono pure i piatti da lavare da ieri sera, mi sa, ma Fler è abituato a questo tipo di casino, perciò neanche faccio finta di riordinare. Mi svacco sul divano e resto ad attendere, rimuginando ossessivamente sul tono secco della telefonata. Fler non chiama quasi mai, in genere sono io che, quando lui non si presenta automaticamente qui, afferro il cellulare e gli rompo i coglioni finché non rientra nei ranghi. L’ultima volta che mi ha chiamato è stato perché aveva bisogno di una mano a scalare la grondaia del suo palazzo, visto che aveva dimenticato le chiavi in casa. Quindi sono ragionevolmente preoccupato dall’aver ricevuto una sua telefonata, oggi.
Resto a rigirarmi i pollici sul divano per un tempo lunghissimo – sarà che quando non fai niente i minuti si dilatano, ma a un certo punto mi viene perfino voglia di prendere a mazzate qualcosa, tanta è la noia – e, quando alla fine bussano, scatto in piedi e corro verso l’uscio, afferrando la maniglia ed aprendo la porta con furia assassina, bene intenzionato a spiegare a Fler che “sto venendo” vuol dire, in poche parole, “sono già qua sotto, comincia a metter su il caffè”, per dire, e che non può tirarmi scemo per intere mezz’ore per poi presentarsi col suo comodo quando gli va, ma lui mi ferma. Io sono lì con tutte le mie buone intenzioni ed appena apro la porta non riesco a parlare perché me lo ritrovo schiacciato contro, le sue mani mi arpionano per il maglione e mi spingono all’indietro. Quando le nostre bocche si scontrano mi tira via il respiro, e faccio un suono tipo “unf” mentre cerco di respirare col naso. Lui ha gli occhi chiusi e tira un calcio tale alla porta che ho paura che, invece di chiuderla, la scardini.
Quando ci separiamo mi ritrovo schienato contro i fornelli della cucina e non ho nemmeno ben capito come abbiamo fatto ad arrivare fino a qui. Ho una delle manopole piantata nel fianco, mi fa un male cane ma Fler mi sta praticamente ansimando addosso e lo sento durissimo oltre il tessuto pesante e ruvido dei jeans, perciò in realtà non mi restano tanti neuroni liberi per pensare a quanti metri separino la porta d’ingresso dal cucinino. Prendo la nostra presenza qui come un dato inconfutabile e mi rassegno.
Lui si allontana da me solo per lanciare un’occhiata inferocita alla mia povera cintura – le sta dicendo qualcosa tipo “tu, stronza!, cosa ci fai ancora lì?!” – e lo vedo chinare il capo per stare attento alla chiusura, mentre armeggia per scioglierla.
- Ah, era questo, che volevi! – preciso con sincero stupore, quando realizzo che palesemente non aveva nulla di importante di cui parlare. – Scusami, Fler, se volevi pomiciare un po’ bastava che-
- Vuoi tacere, pezzo di coglione che non sei altro? – mi interrompe lui, mordendomi le labbra quasi a sangue, - Non è di pomiciare che ho voglia.
Spalanco gli occhi. Magari mi è saltato addosso solo per introdurre la conversazione? Ora prende e se ne esce con un “mi si è rotto lo scaldabagno, aiutami a ripararlo”, oppure, “Sido mi ha chiesto di ritinteggiare casa, ti voglio armato di rullo domani mattina alle sette di fronte al suo palazzo”, me lo sento. Se mi dice qualcosa del genere lo sbrano. Sono scemo io che l’ho abituato ad una routine per cui se mi limona dopo lo ascolto con più attenzione, vaffanculo.
- Ah, no? – chiedo, lo scazzo che già si fa strada fra i nervi, - E allora cos’è che vuoi? E se devi parlare, piantala di armeggiare con la mia cintura, mi stai facendo uscire di testa! – strillo, cercando di divincolarmi mentre lui continua a strusciare quelle dannate mani contro il cavallo dei miei pantaloni con falsa noncuranza.
Fler si ferma e mi guarda con occhi enormi, sconvolto. Poi schiude le labbra e inclina appena il capo, prima di lasciarsi andare ad un mezzo ghigno astioso.
- Tu non vedi l’ora di sentirmelo dire, vero? – e mentre io sono qui come un coglione che mi chiedo di cosa stia parlando e medito sulla possibilità di afferrare il soprammobile oblungo di gomma arancione che adorna l’isola e scaraventarglielo sulla testa, lui lo dice. – Voglio scopare. Voglio sentirti dentro.
Ci resto.
Cioè, io sono uno che si abitua in fretta alle cose, nel senso, non faccio drammi quando mi sento dire le cose perché quelle sono e in quanto tali le accetto. In genere.
Però ci resto comunque.
Insomma, lo fisso con aria sconcertata per un tempo variabile fra i cinque e i millemila minuti, e lui per tutto il tempo resta lì a fissarmi a propria volta come chiedendosi “ma dov’è che ho sbagliato?”. Nella scelta dell’uomo hai sbagliato, Fler, ma questa è un’evidenza, non posso mica ripetertelo. Anche perché se non l’hai capito da solo al primo giorno, posso pure fartelo uscire dalle orecchie, mica ti scolli. Vivaddio.
Dopo questo tremendo momento di silenzio, io deglutisco e lui lo prende per un assenso. Non è che io abbia annuito, ma tanto se mi prende e mi schiena io di certo non gli dico “no, grazie, ripassa domani”, perciò lascio fare e mi ritrovo coi pantaloni alle caviglie due secondi dopo. Lui mi fissa per un po’, con l’aria di un critico soddisfatto.
- Certo che ti basta poco. – commenta, grattandosi il mento con aria pensierosa.
- Poco?! – mi lamento io, - Mi hai ficcato la lingua in gola senza ritegno appena entrato in casa! E poi mi hai detto che vuoi essere scopato!
- Che voglio scopare. Sono due cose diverse!
- Non quando mi dici che vuoi sentirmi dentro. – concludo incrociando le braccia sul petto. Solo che la metà inferiore del mio corpo è nuda, perciò questa posizione è ridicola. Torno a stendere le braccia lungo i fianchi.
Lui arrossisce istantaneamente, che è una cosa ridicola visto quanto mi ha detto prima.
- Per come lo dici tu passo per una groupie del cazzo. – mi fa notare imbronciato.
Mi spingo in avanti e lo bacio.
- In un certo senso lo sei.
Lui ringhia – e questa storia del ringhiare ogni volta mi fa impazzire, perché i mugolii sono piacevoli e sono piacevoli i sospiri e sono piacevoli gli ansiti e i respiri pesanti, ma nulla, nulla è come i ringhi, perché i ringhi sono cose tipo “Cristo, ti voglio ora e subito” – e comincia a trascinarmi per il colletto fino alla camera da letto.
Io rido.
- Mi spezzerò l’osso del collo! – gli faccio notare, mentre continuo ad inciampare comicamente nei jeans.
Quando mi spinge sul materasso e si accovaccia al mio fianco lo vedo sorridere apertamente.
- Sano e salvo. – mi fa notare chinandosi a zittirmi prima che io possa dire, fare o anche solo pensare una qualsiasi cosa, - E ora lascia fare.
Vado nel panico.
- Fler?
- Non preoccuparti, non ho ancora intenzione di ribaltarti. – mi rassicura ridacchiando lui, intuendo i miei pensieri, - Se dico che ti voglio dentro, ti voglio dentro. E sto cominciando ad abituarmi a dirlo.
E io sto anche cominciando ad abituarmi a sentirlo, ma per qualche strano motivo questa cosa i brividi me li dà comunque. Sarà che Fler non è esattamente tipo da fregola. O meglio, quando si prende bene può dare soddisfazioni insperate, ma in genere sono sempre io quello che gli mette le mani addosso, e diciamo che lui si adatta, non pretende. Stavolta è diverso e lo trovo inquietante, ma per certi versi è anche molto piacevole. Se non altro perché fa tutto lui.
Insomma, sono qui mezzo nudo sul materasso e pure lui è qui sul materasso, però completamente vestito – il che mi mette vagamente a disagio – e lo vedo che mi osserva con interesse scientifico chiedendosi cosa dovrebbe farsene di me o da che parte dovrebbe prendermi. Al che io faccio per indicargli che la parte è coperta e dovrebbe farmi il favore di mettersi in posizione, quando lui si china ed io muoio.
Manco tutta una serie di battiti e respirare diventa difficilissimo, e la sensazione calda e umida che mi circonda è sconvolgente. La morte somiglia un casino ai pompini, Cristo santo.
Apro gli occhi. Guardo in basso.
Mi copro con un braccio.
- Cristo… Fler…? – chiamo incerto, ansimando pericolosamente.
- Mhpf. – risponde lui, un grugnito senza inflessioni, come a dire “non rompere”. Il dramma è che il grugnito mi trema intorno ed io mi sento morire di nuovo. Saranno secoli che non mi fanno un pompino, CRISTO-SANTO.
Rilascio la testa contro il materasso ed evito di pensare, perché le cose a cui sto pensando sono tremende. Del tipo che lo prenderei e lo rivolterei di peso sul letto adesso, perché sto impazzendo, e però è troppo bello quello che sta facendo con la lingua, Cristo, indugia sulla punta che è un piacere, non mi pare neanche lui, ha una cazzo di bocca morbidissima. Io qui ci resto, lo so. Non mi rialzo più. Cristo, erano secoli, mi sento commosso.
Mi sollevo sui gomiti e mi lascio pure andare a un mezzo sorriso mentre lo guardo dall’alto, lui è così preso che nemmeno se ne accorge. Oh, Cristo, deve assolutamente portarmi da chiunque gli abbia insegnato a mordicchiare in questa maniera. È tipo la nuova frontiera del sesso. E, oh, cazzo, adesso mi accarezza pure.
Inclino il capo, socchiudo gli occhi e gemo, lui mi sbuffa soddisfatto attorno ed io gemo ancora e giochiamo così per un po’, io che aumento il volume della voce e lui che continua a sbuffa e ringhiare di gola e io lo sento tutto attorno troppo bene per non pensare che Cristo, sono così dentro di lui che mi fa quasi impressione, e tutta la tiritera del volermi dentro adesso ha assunto un significato completamente diverso.
È quando comincia effettivamente a muoversi avanti e indietro che comincio a temere, perché questa sensazione è tutta diversa da prima e non è più solo la lingua, c’è proprio tutto, sento tutto, Dio mio, con un’intensità spaventosa, e quando capisco che sto ansimando in maniera indegna lo afferro per la nuca e resto un attimo indeciso – lo tiro su? Lo tiro giù? Lo tiro su? No, più giù… su, su, su! – e però quando riesco ad afferrarlo e staccarmelo di dosso è drammaticamente tardi. La parola “tremendo” non ha davvero un significato finché non vieni in faccia a un altro uomo. È così.
Fler lascia andare un mugolio strano – una cosa tipo “mmhn!”, con tanto di punto esclamativo – e strizza un occhio mentre mi rovescio su di lui. Praticamente ovunque. Sulla guancia, sulla punta del naso, sulle dannate labbra. È una cosa tremenda. Voglio morire e voglio smetterla di guardarlo ma c’è un po’ del mio orgasmo proprio lì, dannazione, sull’angolo della sua bocca, e potrebbe tirarla via in un attimo se solo volesse, e cosa diavolo sto pensando?!, Dio mio, qualcuno mi sopprima.
Insomma, lui mi solleva gli occhi addosso e ci guardiamo per un tempo indefinito. Io guardo lui e lui guarda me e mi fissa con un candore disarmante. C’ha un paio d’occhi che sembrano due fanali, Cristo. Sono enormi e troppo chiari. Deglutisco.
- Fler…? – lo chiamo appena, giusto per capire se si è imbambolato a vita o riprenderà a funzionare.
Lui deglutisce a propria volta e poi la sua lingua saetta appena fra le labbra mentre va a catturare quella diavolo di goccia di sperma nell’angolo. L’attimo prima c’è, l’attimo dopo non c’è più, e il suo pomo d’adamo si fa un breve viaggio su e giù per la gola, mentre lui deglutisce.
Panico.
- Fler!!!
- Cosa?! – strilla lui, attirato dal mio terrore. Però mica si ferma, eh. No. sale con una mano ed usa l’indice per ripulirsi la guancia, e l’indice finisce dritto in bocca, Cristo santo. Sto bestemmiando un sacco, mia madre mi ucciderebbe. Oddio. Perché penso a mia madre adesso? Perché mi ucciderebbe! Oddio.
- Cosa stai facendo?!
Lui arrossisce e succhia un po’ il dito, prima di tirarlo fuori e ripulirsi la punta del naso – allo stesso modo, poi. L’ho detto che io qui ci resto.
- Non voglio sporcarti le lenzuola. – dice candidamente, ma sta sorridendo. Stronzo. È una tortura, questa. – E poi, in tutta sincerità, credevo peggio.
Ed io spalanco la bocca e faccio per urlargli in testa di tutto, giuro, di tutto!, ma lui mi zittisce baciandomi, e quello che gli sento sulla lingua non è il solito sapore di Fler, c’è qualcosa di diverso. E mentre me ne rendo conto capisco anche che è palesemente quel po’ di me che ha mandato giù, e che il sapore che sto sentendo adesso è il mio mescolato col suo, ed è un buon sapore. Perciò mi lascio andare e me lo tiro contro, e lui sbuffa una mezza risata e si lascia trascinare, e non mi ferma quando lo metto giù sul materasso e lo spoglio, cercando di toccarlo ovunque contemporaneamente senza riuscirci granché bene.
È bello perché Fler non mi ferma davvero mai ma quando vedo che vuole anche lui è tutto diverso. C’incastriamo in una maniera tutta nuova. È che ci stiamo abituando bene alla forma dei nostri corpi pressati l’uno contro l’altro. È che lui mi dà quasi tutto quello che voglio anche senza che io abbia bisogno di chiederglielo. È che sento che gli piace tantissimo, alle volte, e questa cosa mi manda fuori di testa, perché quando lo sento tremare tremo anch’io e quando lo sento ansimare è come una specie di trionfo. È che quando tocco il punto giusto lui mi si stringe attorno e sento che c’è qualcosa di speciale cui non so dare un nome, che è proprio qui, sospesa fra le nostre scopate e i pomeriggi passati a guardare la tv, so che c’è e la sento tantissimo nei momenti in cui Fler geme sotto di me. Quando sono io a farlo gemere, Cristo.
Crollo sul letto esausto e stringo il pugno, ed un po’ rabbrividisco per la sensazione di umido appiccicaticcio che ho fra le dita. Mi ribalto di schiena, Fler è ancora immobile accanto a me che riprende fiato e tiene gli occhi chiusi. Il petto si gonfia e si sgonfia al ritmo irregolare dei suoi respiri pesanti, e mi viene voglia di baciarlo.
Mi sollevo su un gomito e lo guardo dall’alto.
- Ehi… - lo chiamo, e lui apre gli occhi. Quando sono certo che mi stia guardando per bene, gli sorrido e mi ripulisco il palmo esattamente come ha fatto prima lui. Okay, non con la stessa accuratezza, diciamo che do una leccatina veloce, però il suo sapore lo sento comunque. E poi lo bacio, così può sentirlo anche lui.
Quando mi allontano, lui mi sta già sorridendo.
- Indecente. – mi sussurra, passandosi una mano sulla fronte e stiracchiandosi un po’.
- Tu, invece, sei stato pudicissimo. – lo prendo in giro, mentre lui mette su un broncio offeso.
- Stronzo. – mi rimbrotta, spintonandomi un po’, - Era un sacco che volevo farlo. E se sapevo che ti prendeva così bene lo facevo prima. È stato… intenso.
Sento l’alleluja nella testa. Wow.
- Tu sei sicuro di non essere una proiezione fisica dei desideri di qualche pervertito?
- Qualche pervertito tipo te?
- Io non sono un pervertito! – sbotto, - Dicevo, di qualcun altro. E poi per sbaglio sei finito nel mio letto.
Fler sospira, rigirandosi su un fianco.
- L’unico altro pervertito di cui posso essere il sogno è morto da un pezzo. – mi dice, fissandomi dritto negli occhi, - E comunque, quando stava dalla parte giusta della barricata era tutto meno che interessato all’articolo.
Spalanco gli occhi.
- Intendi…? – chiedo curiosamente, perché quello che mi è sembrato di intravedere non mi piace e voglio che lui invece mi dica che sto prendendo fischi per fiaschi. Lo pretendo.
- Che a Bushido non piacevano i maschi, prima di Bill. – dice lui tranquillamente.
- Ed a te…?
- Ed a me non piaceva l’idea di un cazzo su per il culo, Chakuza. – sbotta irritato, sistemandosi il cuscino sotto la testa.
La sua voce ha il tono secco e autoritario col quale in genere chiude i discorsi, perciò lascio perdere e mi accomodo al suo fianco, ripulendo ciò che mi resta di lui sul palmo contro il lenzuolo spiegazzato ed arrotolato accanto a noi.
- Sai che… - comincio, giusto per cambiare discorso, perché da quando è venuto fuori Bushido non si respira, quasi, in questa stanza, - sei stato bravo? Non sembrava nemmeno la prima volta che lo facevi…
Lui si volta a guardarmi come gli avessi dato della troia.
Cristo.
- Mi stai dando della troia?
Stracristo.
Deglutisco pesantemente.
- Voleva… essere un complimento. A suo modo. – mi scuso, - È… uscito male.
- No. – si mette seduto lui, guardandomi malissimo dall’alto, - Tu che mi vieni in faccia sei uscito male. Tu che mi dai della troia, Chakuza, sei uscito malissimo. Ma proprio da schifo. – si guarda intorno e so che, quando lo fa, è sempre perché è alla ricerca dei vestiti. Si alza in piedi e li trova un po’ tutti, sparpagliati fra il pavimento e il letto.
- Ehi… ehi. – lo richiamo, camminando ginocchioni fino ai piedi del materasso ed afferrandolo per la manica della felpa che sta faticosamente cercando di infilare fra i movimenti resi ansiosi e concitati dalla rabbia, - Mi dispiace, okay?
Lui fa sbucare la testa dalla scollatura e mi fissa offesissimo.
- Sì, certo. – borbotta, sedendosi sul materasso. Io mi metto accanto a lui. Odio quando è vestito ed io invece sono nudo, che cazzo.
- Fler…?
- Non pensavo – mi interrompe lui, senza guardarmi, - che una cosa simile da me potesse interessarti. Insomma… è una cosa intima. È della mia bocca che si parla. Quindi, visto che io ho fatto uno sforzo, potresti farlo anche tu e cercare di essere meno testa di cazzo del solito, magari.
Resto lì seduto per un po’ e poi torno a guardarlo. Lui non mi ha mai tolto gli occhi di dosso.
- Io sono una testa di cazzo, Fler. – confesso semplicemente visto che so che è vero, - Te ne sarai pure accorto, fra una cazzata e l’altra. Faccio sempre casino e rovino anche le cose perfette. Cerca di ricordartelo, la prossima volta che ti farò del male.
Lui abbassa lo sguardo, imbarazzato.
- Non ti montare la testa. – borbotta, - Non mi fai del male.
Io scuoto il capo.
- Okay, allora la prossima volta che ti do fastidio. – concedo, accarezzandogli vagamente la nuca.
Lui torna a guardarmi e si piega appena a baciarmi sulle labbra.
- Prima o poi, se continuo a darti del coglione ogni volta che sbagli, ti sistemerai. No?
Annuisco. Anche se ci credo poco.
- Possiamo provare.
E posso provarci anch’io. Magari.

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