Affirmation

di lisachan
Mezz’ora fa il letto era caldo di noi. Era caldo del mio corpo teso e sfatto sotto le sue mani, ed era caldo del suo, forte ed ostinato sotto le mie. Ad Anis piace quando dormo da lui. Succede di rado, perché casa sua finisce sempre per essere casa della crew, ma quando succede lui si esalta.
Dal momento che io sono un dormiglione, non mi sveglio mai prima di lui. Quando apro gli occhi, è sempre perché ho già le sue mani addosso.
Alle volte perfino dentro.
Mentirei, se dicessi che all’inizio non mi abbia turbato. Credo di aver fatto un salto di tre metri e di averlo pure schiaffeggiato, nell’incoscienza del dormiveglia, la prima volta che l’ha fatto.
Poi però è entrata in gioco l’abitudine – e soprattutto mi sono reso conto che questo modo appiccicoso e bruciante di desiderio che ha di porsi con me, non è altro che il suo modo di fare l’amore.
Lui non si esaurisce col sesso.
Io sono suo. Sempre. Soprattutto quando non scopiamo.
Adesso, la sua parte del letto è fredda; la mia, invece, è calda solo del mio scazzato rigirarmi fra le lenzuola. Che poi, mi sento assurdo quando penso cose simili: io non ho una mia parte del letto. Questo è solo lo stupido letto matrimoniale della stupida camera in cui dorme quando non sta con me. Dovrei odiare questo fottuto posto. E invece il suo profumo è ovunque.
Dal soggiorno arrivano le risate sguaiate di Saad. Eko si sta lamentando di qualcosa, sento la sua vocetta noiosa che si muove come in un flusso sotterraneo sotto le risate.
Anche Anis sta ridendo. Però la sua voce la sento nel petto, e mi scuote.
Mezz’ora fa, c’era la sua voce ovunque. Le sue mani ovunque.
Ed io, adesso, sono qui: nudo solo e disperatamente vuoto.
Mi sfioro da sopra le lenzuola.
Anche se chiudo gli occhi e provo a immaginare lui, le mie mani fanno schifo, come sostituto.
Piccole, magre, fragili. Gli artigli, poi.
Io amo le mie mani, cazzo. Prendere ad odiarle solo perché non mi scivolano addosso bene come le sue è… disturbante. Ecco. Non dovrei pensare queste cose.
Penso che dovrei scivolare silenziosamente fuori da questa stanza, ficcarmi in bagno e farmi una bella doccia per calmare i bollenti spiriti. Magari, se una doccia non basta, anche due. O una sega, Dio, qualsiasi cosa.
Mi stendo a pancia sotto, arrotolo il lenzuolo fra le gambe ed abbraccio il cuscino. Resto a pensare un po’. L’odore di Anis sta svanendo, il mio stupido profumo se lo sta mangiando tutto. Odio profumare così tanto, anche se ad Anis piace. Ciò che piace a me dovrebbe venire sempre prima, ed io vorrei essere inodore ed insapore, così da annusarmi e sentirmi addosso lui quando ci separiamo.
Invece, quando lui va via io resto solo io e non sono niente.
E dovrei veramente smetterla di pensare.
Sospiro, faccio per alzarmi, rimango seduto a fissarmi le punte dei piedi.
Dal fondo del corridoio sento un “’cazzo fai, Atze?” che mi costringe ad un ghigno irritato, perché io odio questo stupido nomignolo che si scambiano a vicenda. Non posso usarlo, perché ci sono cose che non potrò mai fare. Anche se un giorno questo mondo stronzo che s’è scelto o gli è capitato – non so – dovesse accettarmi, ci sono determinate cose che io non sarò mai e non potrò mai fare.
Sono giusto ad un centimetro dalla sponda del letto – cercò già con gli occhi le scarpe sul parquet – quando la serratura scatta e la porta si apre.
Vado nel panico.
Cristo.
Non sanno che sono in casa.
Anis non lo dice mai.
Io in genere resto buono zitto e tranquillo finché non vanno via.
Oddio.
Chi cazzo è?
Afferro il lenzuolo e lo porto a coprirmi di scatto, così di scatto che mi sfugge dalle dita e mi do da solo un pugno sul mento.
Sono ridicolo.
Ed infatti, chiudendosi la porta alle spalle, Anis ride.
- Solite seghe mentali di primo mattino, Bill? – chiede sarcastico, muovendosi perfettamente a proprio agio dalla porta al letto e lasciandosi ricadere con un tonfo sul materasso accanto a me.
Guardo altrove, imbarazzato.
- Sono quasi le undici. – mormoro incerto, - Il primo mattino è passato da un pezzo.
Si china e mi bacia sulle labbra, senza preavviso e senza un perché.
È una cosa che, Dio, adoro di lui. Mi tocca sempre. Come volesse lasciarmi un’impronta addosso.
- Non contraddirmi. – dice poi. Il tono è rude, ma sorride. – O almeno, se vuoi farlo, contraddicimi sulle cose importanti. Non sull’orario.
- Non mi stavo facendo le seghe mentali! – mi giustifico mentendo. È un giochino stupido, lui sa sempre quando mento. S’è tatuato addosso la verità mica per caso: ha un talento per riconoscerla.
Mi si spinge un po’ contro, pretendendo centimetri di materasso. Io mi scosto borbottando, finendo dalla sua parte e lasciandolo distendersi sulla mia. Ne prende possesso con tutto il corpo, allarga le braccia, allunga il collo, stira le gambe e tende la schiena. La camicia si stringe sul suo petto, i bottoni tirano un po’. Vorrei staccarli a morsi, uno dopo l’altro.
- Mi dispiace di essermi interrotto, prima. – sospira, socchiudendo gli occhi sul cuscino, - Non potevo lasciarli fuori dalla porta.
- Certo che no. – mugugno, guardando altrove. – La crew prima di tutto.
- Be’, per te la famiglia viene prima di tutto, no?
- La tua famiglia è tua madre. Non avrei niente in contrario se aprissi a tua madre, anche se nel mentre stiamo facendo sesso. – mi fermo, lui ride di cuore. – Cioè! – mi agito immediatamente, - Ovviamente ci fermeremmo! Avanti… hai capito.
Si rimette seduto e si allunga, afferrandomi con un braccio attorno al collo e trascinandomi verso di sé.
- Ho capito che sei geloso come un adolescente in calore. – spiega annuendo, - Cosa che peraltro sei. Spiegami chi me l’ha fatto fare.
Mi lascio andare ad un ghigno cattivo.
- La tua irrefrenabile libidine e il mio culo da ragazzina?
Sul culo da ragazzina lascia uno schiaffo che è una provocazione e un pegno d’affetto.
- Forse. – sorride furbo, - Per quanto debba ammettere che anche quello che hai davanti non mi faccia particolarmente schifo… - continua, insinuando una mano sotto al lenzuolo, fra le mie cosce.
Rabbrividisco ma mi lascio andare contro il suo petto, incapace di protestare.
- Non hai decenza. – sospiro sul suo collo, - Come fai a dire cose così palesemente…
- …dillo, su.
- …be’, gay!
Anis mi ride fra i capelli, il suo respiro arriva fino al mio orecchio e lo accarezza.
Sono eccitato come non mai, lui mi accarezza lentamente. Io chiudo gli occhi.
- Per quanto tu possa continuare a truccarti, piccolo, resti un maschietto. Sto toccando con mano la prova, al momento. – ride ed io rabbrividisco ancora. È vero, non ha decenza. – Ora, se io sono venuto a patti con la tua virilità, perché tu non ci sei ancora riuscito?
Perché forse mi piacerebbe essere donna.
Forse, se fossi donna, le pretese che ho su di te sarebbero legittime.
Forse nessuno mi guarderebbe come fossi un fenomeno da baraccone.
Forse quelle teste di cazzo dei tuoi amici mi avrebbero già accettato un casino di tempo fa.
Potrei prenderti dentro senza sensi di colpa. Potrei accoglierti come meriti.
Ed invece ti ritrovi con un surrogato di sesso. Con un maschio. Con uno che ti complica la vita.
Ma sono contento che resti.

- Io e la mia virilità stiamo benissimo. – protesto a denti stretti. La sua carezza si fa più decisa, ora mi stringe con sicurezza fra le dita. – Dio, continua… - sospiro, stendendomi meglio sopra di lui, per rendere i suoi movimenti più agevoli.
- Ho voglia di scoparti adesso, piccolo. – dice fra una carezza e l’altra, scendendo a lambire un lobo con le labbra, - Ti va?
- Ci sono quelli, di là… - mugugno lamentoso. In realtà sto pensando che non me ne frega un cazzo. Allargo le gambe e ruoto il bacino, sedendomi direttamente addosso a lui, proprio sopra la sua eccitazione.
- …ti va. – risponde lui per me, ridendo contro il mio collo e baciandomi sulla nuca, umido e caldo, proprio sul tatuaggio del simbolo dei Tokio Hotel. Questo mi fa sorridere, perché in fondo anche io ho un mio mondo al quale lui non appartiene ed all’interno del quale sarebbe stonato come un bucaneve ai tropici, però la cosa non lo mette a disagio come mette a disagio me.
Sospiro e mi lascio andare contro di lui. Vorrei pregarlo di smettere di accarezzarmi, o verrò subito ed odio venire quando non l’ho ancora sentito dentro, ma capisco in fretta di non avere bisogno di chiedergli niente: il ritmo delle sue carezze diminuisce e poi si ferma del tutto, mentre sbottona i jeans e vaga con la mano verso il comodino, alla ricerca dei preservativi.
Lo afferro e lo riporto verso di me.
- Piantala coi convenevoli. – sbotto a un centimetro dalle sue labbra, - Voglio sentirti mentre vieni.
Lui rilascia un sospiro improvviso e più profondo degli altri. Gli vedo brillare negli occhi una luce che è soddisfazione, orgoglio e desiderio. Una mistura che conosco bene, perché è la stessa che illumina me.
Mi spinge in avanti. Cado in ginocchio sul materasso e poi mi piego, piantando i gomiti nella gommapiuma per non scivolare col viso fra le lenzuola. Lui mi morde il collo e si sistema dietro di me, stuzzicando la mia apertura con la punta della sua erezione, già lievemente bagnata. La strofina lentamente avanti e indietro, forzandomi appena e ritirandosi subito dopo, cercando di lubrificare l’entrata nel modo più naturale possibile.
Questa frizione è così tesa ed erotica che mi mozza il respiro.
Cerco di mugolare a bassa voce e stringo le mani attorno alle lenzuola.
- Fatti sentire anche tu, però. – sibila ad un centimetro dal mio orecchio.
Scuoto il capo con una nettezza che è resa ridicola dalla mia ansia.
- Ci sono quelli, di là. – ripeto con più decisione.
Anis sorride ed entra dentro di me in un solo colpo, secco e deciso. Mi mordo un labbro per non urlare. Fa male, ma è lui. Ed è così lui che fa male.
- Anis… - mormoro in un lamento spezzato, strizzando forte le palpebre mentre mi chiudo attorno a lui, sentendolo mugolare di piacere contro la mia schiena. Tirargli fuori dalla bocca lamenti simili è oltremodo eccitante ed emozionante. Non te li aspetti, da uno come lui, ma quando si tratta di darsi Anis si dà e basta. Smette perfino di pensare.
Lo sento pompare velocemente dentro il mio corpo; stringe forte i miei fianchi tra le dita, e d’istinto capisco che è troppo preso per occuparsi di me. Scendo a sfiorarmi fra le gambe e lui sospira compiaciuto, sporgendosi per guardarmi.
- Cristo, sei bellissimo quando ti tocchi… - si complimenta con voce roca, baciandomi la nuca.
Sorrido e continuo a farlo, ma sono un completo disastro. Non riesco ad andare incontro alle sue spinte, ogni volta che lo sento battere dentro di me vorrei soltanto spingere e urlare, ma devo trattenermi perché cazzo, va bene fare sesso con gli altri di là, ma dare anche spettacolo no; e perdo il ritmo, e mi confondo, ed Anis ride dietro di me e mi dà un bacino sullo zigomo.
- Impiastro… - mormora, mordendomi la spalla e scendendo a sfiorarmi fra le gambe, - Devo fare tutto io?
Per dimostrare che anche io sono ancora in grado di fare qualcosa, contraggo i muscoli attorno a lui. Anis sorride e mi tira per il mento con la mano libera, baciandomi profondamente per attestare un assenso che non ha veramente bisogno di esplicitare. Però i suoi baci mi piacciono, perciò lo accetto con tutti i sentimenti.
- Oddio, Anis… - lo chiamo, cercando di reggermi in ginocchio senza tornare a cadere in avanti. Spero che lui continui a tenermi per la vita, o avrò poco da tentare in ogni caso, - Sto venendo… più forte… dai… - non so neanche cosa sto dicendo, è imbarazzante da morire. Cerco almeno di tenere la voce bassa. Oddio, spero che non ci senta nessuno.
- Piccolo… - spinge, spinge, accarezza e spinge, - Non ti sento…
- Anis…
- Cazzo, dillo forte!
Ed io lo urlo, cazzo, lo urlo e vaffanculo al resto, Anis, vaffanculo la crew, Anis, vaffanculo il non essere soli e l’ostinazione a non accettarmi e le umiliazioni che mi riservano quando non posso sentire ed anche i contrasti e le diffidenze, Anis, Anis, Anis, chiudo forte gli occhi e lui viene dentro di me, mi spingo contro il suo bacino e lo seguo col battito di cuore successivo.
Mi lascia andare ed io, prevedibilmente, cado in avanti. Meno prevedibilmente, lui mi segue, stendendosi su di me. Non pesa. È dolce.
- Non ti allontanare subito… - mormora. Sento le sue ciglia contro il collo, è una sensazione stupenda. – Abbiamo tempo.
- Non ne abbiamo. – rido a bassa voce, - Quelli sono ancora di là. – preciso.
- Sai che è insopportabile, quando lo dici? – ride, stringendomi alla vita. Poi sospira e scioglie le braccia, allontanandosi da me e rimettendosi in piedi. – Faccio subito. – commenta, abbottonando alla buona i jeans ed uscendo velocemente dalla camera.
Incuriosito, metto su un mezzo broncio che mi dispiace lui non possa vedere e mi avvolgo nel lenzuolo, alzandomi a mia volta in piedi e spiando attraverso la porta dischiusa ciò che avviene in soggiorno. C’è una bella visuale, piena e completa, da qui. Saad, Chakuza ed Eko stanno seduti sul divano, l’aria fra lo scazzato ed il forzatamente disinteressato. Eko ha le braccia incrociate ed un’espressione furiosa a stravolgere i tratti del viso, ma quell’uomo è così naturalmente divertente che non posso fare a meno di lasciarmi andare ad una risatina stupida.
Non dicono niente, si limitano a guardarlo mentre lui, controllatissimo, si china a recuperare una bottiglia di birra aperta e ne beve un sorso, tenendola saldamente per il collo.
Manda giù, la ripone sul tavolo e inarca le sopracciglia.
- Cosa? – chiede gelido, guardando tutti in generale e nessuno in particolare.
- Cosa, chiede lui. – borbotta Saad, alzandosi furiosamente in piedi, - Stavamo-
- Per concludere. – completa con aria assassina e sorriso sereno. – A domani?
Saad lo manda a fanculo. Eko scuote il capo e lo segue, borbottando qualcosa sull’amore che è una fregatura e basta. Chakuza non può fare a meno di ridacchiare. “Tu sei pazzo, Atze”, commenta – è una cosa che dice spesso – ma non mi sembra lo faccia con cattiveria. I rapper, comunque, valli a capire.
Sento battere la porta di casa meno di due secondi dopo.
Anis beve un altro sorso di birra.
- Finalmente soli, eh? – ghigna divertito, facendomi un cenno col capo per informarmi che sa esattamente che lo sto spiando da quando è andato via.
Sorrido, apro la porta e lascio cadere per terra il lenzuolo.

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