Fiori Di Cemento

di lisachan
Sono anni che non metto piede in un ufficio come questo, e l'ultima volta che l'ho fatto ero così piccola che ne ho conservato un ricordo da favola. L'ufficio in questione era quello dell'Ersguterjunge, che ai tempi non era ancora lo studio di lusso che è diventato nel post mortem del suo signore e padrone, ma che era già allora una roba di classe. Pareti bianche, pavimenti di marmo, mobili lucidi.
Mio padre lo adorava. Ogni tanto me ne parlava in modi che si capiva subito che l'idea di andare a incidere in un posto come quello lo rendeva orgoglioso, dava un senso alla strada che aveva percorso, a tutto quello che aveva affrontato per spostarsi dal Libano alla Germania e a tutte le sofferenze che aveva dovuto patire anche una volta trasferito, prima di incontrare Bushido e cominciare a farsi un nome.
Gli uffici dell'Aggro Berlin non sono belli come quelli dell'Ersguterjunge. E non è che Sido non abbia i soldi, ho come l'impressione che, se volesse, riuscirebbe a mettere in imbarazzo l'Ersguterjunge per dieci volte con locali degni di una major, invece del locale sotterraneo umido in cui si ostina a lavorare.
No, questi uffici non sono così per mancanza di soldi. Sono così per proteggere le apparenze. Sido e l'Aggro Berlin ci tengono ancora ad essere la crew sporca e cattiva di Berlino. Ci tengono ancora ad essere gli unici che possano dire con orgoglio "guardate Bushido, lui è tutto quello che noi odiamo, tutto quello che non vorremmo mai essere, e ne andiamo fieri".
Che poi, alla fine della storia, è il motivo per cui sono qui.
La ragazza bruna che è sparita oltre la porta cinque minuti fa finalmente si decide a tornare. Nei suoi occhi c'è un misto di preoccupazione e curiosità, che nasconde dietro un sorriso professionale.
- Prego, accomodati, - mi dice, - Terza porta a sinistra.
Io mi alzo, sistemo il cappello sulla testa e la ringrazio a bassa voce, seguendo le sue indicazioni.
Quando entro nel suo ufficio, Nyze mi guarda fisso, un sorriso divertito a piegare le labbra.
- E così, - dice, - Tu sei la figlia di Saad. Ti sei fatta grande.
Non so perché, le sue parole mi fanno scorrere un brivido lungo la schiena.
- Ho quattordici anni. - dico. Non so perché lo dico. Per un secondo mi fa sentire protetta, il fatto di avergli detto quanti anni ho, il fatto che adesso lui lo sappia. Ma il suo sorriso non cambia di un millimetro, ed io torno a rabbrividire.
- Perché non mi racconti la tua storia, tesoro? - mi chiede lui, mettendosi comodo sulla sedia girevole.
Non mi ha invitato a sedermi. Penso l'abbia fatto apposta, per cui resto in piedi. E comincio a raccontare.
*
Gli assassini di mio padre io li capisco. (Scommetto che non ve lo aspettavate.)
Il mio nome è Nyzaad El-Haddad. Ho quattordici anni. Quasi quindici. Ma è irrilevante. Quello che vi racconterò fa schifo, e fa schifo per una ragazzina di quattordici anni come lo farebbe per una di quindici. O di sedici. O di venti.
Non importa, comunque, non me ne frega niente, io le scelte che ho fatto le ho fatte da persona libera. Non mi pesa niente addosso. Non mi pesano gli anni, avere abbandonato mia madre, le cose a cui ho rinunciato, la vita che avrei potuto avere.
(Che vita, poi? Sono libanese, e resto libanese anche se sono nata a Berlino, com’è rimasto libanese mio padre fino all’ultimo, anche se in Germania ci si era trasferito con tutta la famiglia da ragazzino. Come resta tunisino Bushido. Come resta turco Eko Fresh. La Germania ti accoglie, lo fa, è vero. Ma non ti permette mai di dimenticare che avrebbe potuto non farlo. Che non sei roba sua. Che quello che prendi te lo devi guadagnare, anche se tua madre è bianca e bionda e bella come un’attrice degli anni ’40, anche se tuo padre ha fatto i soldi col rap. Tanto vale. È morto come l’ultimo dei criminali. E probabilmente lo era anche.)
Il mio nome è Nyzaad El-Haddad, ho quattordici anni, quasi quindici, sono nata a Berlino il venti gennaio millenovecentonovantanove e mio padre è morto ammazzato sulla terrazza di qualche palazzo nella stessa via dove abitavamo due anni fa. Quale palazzo non lo saprò mai, perché non c’ero e mia madre non ha voluto saperne niente.
Mio padre è morto ammazzato anche se nessuno lo sa. Mia madre non ha mai sporto denuncia. Io so che non l’ha fatto perché ha ricevuto una visita da parte di Fler e Chakuza. Che sono gli assassini. Che sono probabilmente anche le stesse persone che, a cose fatte, il corpo di mio padre l’hanno gettato nel canale, che poi se l’è mangiato.
Ma lo ripeto. Non importa. Io lo so cos’è successo. Ero una bambina, allora, quindi era impossibile che capissi perché stava accadendo mentre stava accadendo. Ora sono cresciuta, però. Quando ti muore un genitore non puoi restare bambino a lungo. È come se qualcuno ti svegliasse a schiaffoni, così, all’improvviso. Tu non hai fatto niente per meritarlo, stavi solo dormendo, ma succede lo stesso. E, frastornato, ti guardi intorno, cercando di capire cosa ti ha colpito, cercando di capire da dove venga il dolore, finché poi non t’importa più, t’importa solo che è ingiusto, la senti come un’offesa, dormivo, ti dici, cazzo, cos’avrò fatto di male per meritarmelo, non posso aver fatto niente di tanto brutto da meritarmelo, eppure è successo.
E t’incazzi.
E infatti non è il dolore che ti spinge a crescere, è la rabbia.
È questo il punto: io gli assassini di mio padre li capisco, mio padre aveva ammazzato Bushido, Bushido era morto, mio padre doveva morire. Solo che Bushido non era morto, non davvero. E mio padre invece sì.
E quindi io li capisco. Ma sono comunque incazzata.
Quando mia madre mi ha presa da parte per spiegarmi cos'era accaduto davvero, in realtà era già passato un anno dalla morte di mio padre. Nel mentre ci eravamo trasferiti. Per me era stato un colpo su un altro colpo, capite, prima mi dici che papà se n'è andato, non mi spieghi perché, non mi spieghi dove, per tenermi buona mi spingi giù per la gola con l'imbuto la stessa storiella di merda che hai spinto giù per la gola con l'imbuto anche a tutti gli altri, e poi mi dici che dobbiamo trasferirci. "È meglio così," mi dici, e siccome sei mia madre, e siccome ho dodici anni, e siccome sto male e piango da quando mi sveglio a quando vado a dormire perché mi manca papà e mi manca la mia vecchia vita e mi aggrappo a te perché ti voglio bene e sei l'ultima persona che mi è rimasta, ti seguo. Ti credo e ti seguo.
Vivevamo a Buckow da qualche mese (a quel tempo Bushido era già tornato dal mondo dei morti e gran parte della merda che ne era seguita aveva già avuto luogo, ed io avevo osservato il tutto con sconcerto, pensando a mio padre che era andato via proprio dopo la morte del suo più caro amico, e che si rifiutava di tornare anche adesso che Bushido era di nuovo fra i piedi), quando mia madre mi si avvicina portandomi una tazza di cioccolata calda, tutta piena di dignità ed eleganza com'era sempre anche in casa, avvolta nella vestaglia di raso bianco e coi capelli perfettamente acconciati alti dietro la testa, e mi fa "Nyzaad, amore, dobbiamo parlare. Sei grande abbastanza."
Grande abbastanza.
Avevo tredici anni e vivevo in un posto che odiavo, tutta campagna e solitudine, senza compagnia, senza un amico. Mi mancava la città, mi mancava ancora papà, il mondo come lo conoscevo prima. Frequentare l'Ersguterjunge, gli amici e i colleghi di papà, gente alla quale guardavo con ammirazione. Mia madre è bellissima ma non sono mai voluta essere quello che lei aveva sempre voluto essere. Una donna di classe, una donna ricca, non lo so. Sono fatta di un'altra pasta, io, della stessa pasta di papà. Non ne faccio una colpa a mia madre, siamo solo persone diverse, lei non ha torto e io non ho ragione, non la vedo in questi termini. Però per lei la vita a Buckow era sufficiente, le lunghe passeggiate, sorseggiare tè leggendo un libro, guardare un film in televisione, andare a cena fuori o uscire in serata per un gelato. Per lei andava bene così, mentre io nel mentre ero accesa come una miccia, e bruciavo, mi consumavo, aspettando di esplodere.
Avevo solo bisogno di una scusa, e mia madre lo sapeva. Mi vedeva agitarmi irrequieta, tornare a casa tardissimo dopo scuola, che poi non è che fossi stata chissà dove, non c'erano posti in cui andare, non c'erano possibilità di cacciarsi nei guai, ma si vedeva, lei lo vedeva, lo capiva, che lì non ci volevo più stare, che volevo chiederle di lasciarmi tornare a Berlino per il liceo.
Forse s'immaginava che raccontarmi la storia di papà, quello che aveva fatto, come era morto, potesse farmi cambiare idea. Che mi mettesse paura, mi facesse decidere che la vita a Buckow era più sicura, faceva più per me.
È successo l'esatto contrario. Ero un fuoco d'artificio. Sono diventata una polveriera.
Mio padre ha ammazzato Bushido per un motivo di merda. Dove Bushido ficcasse l'uccello non avrebbe dovuto essere affar suo. Specie dopo che era stato Bushido stesso a impedire che una sorte anche peggiore capitasse a suo cognato.
(Lo zio Thomas. Ogni tanto mi chiedo che fine abbia fatto. Eravamo tanto vicini, prima di tutto questo casino. Andando via, mia madre ha preso le distanze anche da lui, nonostante fosse una delle pochissime persone al mondo alle quali tenesse davvero.
La morte di papà non ha spezzato qualcosa solo dentro di me. Spesso me ne dimentico perché, in queste situazioni, è più facile essere egoisti. Ma la morte di papà ha spezzato qualcosa anche dentro la mamma. Che era una persona affettuosa, prima, e si è chiusa come un riccio subito dopo. Tutta aculei, mi abbracciava spesso, ma i suoi abbracci facevano male.)
La cosa avrebbe potuto essere più comprensibile se Bushido avesse messo a repentaglio gli affari dell'etichetta, cominciando a scoparsi Bill Kaulitz. Ma questo non era accaduto, e d'altronde per mio padre ammazzare Bushido non era stata una questione di soldi, ma di principio, di questo ero sicura. Un principio di merda, ma pur sempre un principio. La gente muore ogni giorno per principi di merda. I fondamentalisti religiosi, i disgraziati che vengono picchiati per le strade. Non sono sicura che Bushido fosse una vittima dell'omofobia perché non credo che quella di mio padre fosse omofobia in senso stretto (talvolta ci penso e sono contenta che sia morto prima di vedere quello in cui si è trasformata l'Ersguterjunge oggi, se fosse ancora vivo sono abbastanza sicura che il colpo in testa se lo sparerebbe da solo pur di risparmiarsi l'oltraggio, ma non credo si tratterebbe proprio di omofobia, più che altro una sorta di attaccamento a un'immagine del ghetto, del rap, delle bande, che affondava le sue radici in una parte antica della sua vita, prima ancora di Berlino), ma in ogni caso. Era la vittima di un principio del cazzo. Un principio che mio padre aveva deciso di seguire. Che in ultima analisi l'aveva portato a farsi ammazzare e gettare via come un sacco della spazzatura.
Ma Bushido era vivo. Era vivo, e mio padre invece no.
Ecco, fossero rimasti morti entrambi, forse sarebbe stato tutto diverso. Forse la mia reazione non sarebbe stata la stessa. Non posso saperlo, non lo saprò mai. Ma Bushido era vivo e mia madre mi aveva appena offerto della cioccolata calda, la cui tazza bollente stringevo tra le mani, tremando, scottandomi i polpastrelli e rifiutandomi di lasciarla andare, e mi aveva detto che invece mio padre non lo era, che non era scappato, che era morto ammazzato, morto per vendicare un uomo che non era mai morto davvero.
E per me era inaccettabile. Non c'era nessun principio dietro. Niente con cui potessi consolarmi dando una parvenza di logica a quello che era successo. Cosa m'importava che mio padre quel colpo l'avesse sparato davvero? Che Bushido fosse davvero stato colpito, che fosse davvero quasi morto, che si fosse davvero salvato solo per miracolo? Qualsiasi cosa fosse successa, un uomo che avrebbe dovuto essere morto per giustificare la morte di un altro uomo, di mio padre, era ancora vivo. E mia madre aveva accettato tutto questo, aveva accettato la morte di mio padre perché ne condivideva il principio ma non aveva visto quel principio farsi a pezzi e sbriciolarsi quando Bushido era tornato in Germania, e io non potevo più vivere con lei. Non potevo più nemmeno guardarla negli occhi, pensare di poterla ancora chiamare mamma.
Sono scappata una notte, mentre dormiva. Non avevo voglia di salutarla, sapevo che in qualche modo, con le buone o con le cattive, sarebbe riuscita a trattenermi. Volevo solo andare via, ricominciare da zero, trovare qualcosa, qualcosa che potesse darmi pace, in qualche modo. Volevo aspettare, forse, aspettare che sulla mia strada si presentasse senza chiederla l'occasione di riequilibrare la bilancia un'altra volta, in qualche modo. Non pensavo avrei mai avuto le palle di ammazzare Bushido per bilanciare l'equazione, ma qualcosa dovevo farla per forza, ed anche solo aspettare che si presentasse l'occasione mi obbligava quantomeno a muovermi. Su quale strada avrebbe dovuto presentarsi, se stavo chiusa in casa a Buckow?
Sono tornata a Tempelhof. Che può non sembrare il viaggio della vita quando ti muovi da Neuekölln, ma lo è. A Tempelhof è tutto diverso. Gli oceani d'asfalto, i muri ricoperti di manifesti sbriciolati dalla pioggia e tag scolorite e coperte cento volte con tag più nuove, che si scoloriranno e verranno ricoperte a loro volta negli anni a venire, e la commistione di etnie, gente di tutti i colori del mondo, gente da tutti gli angoli del mondo. Che non è che ti accolgano con più piacere, non è che facciano comunità, sono bande di ragazzini soli, bande di uomini soli, ma sei un ragazzino solo anche tu e finché conviene resti con loro, solo in mezzo a loro più soli di te, finché non ti senti in grado di tornare ad essere solo per conto tuo.
Mi sono fermata in una comunità di accoglienza per adolescenti disadattati, perché quando sono arrivata le due donne che la gestivano hanno capito che ero scappata di casa ed hanno promesso che avrebbero gestito il mio caso con discrezione. Che in sostanza voleva semplicemente dire che era a posto, potevo anche dare un nome falso, non avrebbero indagato. Chissà cosa devono aver pensato, vedendomi arrivare. Questa ragazzina con le trecce lunghissime e bionde e addosso vestiti nuovi che generalmente non vedevano addosso agli altri ragazzini a cui di solito davano aiuto.
Era un posto squallido, non è che sono rimasta con piacere. A gestirlo era un'associazione di volontariato senza il becco di un quattrino, sovvenzioni dallo stato non ne ricevevano come non ne riceveva quasi nessuno da quelle parti, ma se era quello il prezzo da pagare per la più assoluta discrezione a me stava bene. Non volevo dare il mio nome, non volevo che provassero a contattare mia madre. Avevo già deciso che, nel momento in cui avrebbero cominciato a fare troppe domande, sarei scappata via. Fino ad allora, però, potevo restare.
Stavo in una camera con tre letti ma spazio a sufficienza per sole due persone, e solo volendosi stringere. (Nessuna di noi voleva.) Le mie compagne di stanza si chiamavano Sandra e Leda, e della loro vita, dei motivi per i quali erano finite in quel buco assieme a me, non me n'è mai fregato niente. Infatti non ho mai chiesto.
In genere, sia che avessi qualcosa da fare sia che invece non avessi niente, uscivo la mattina, subito dopo colazione, per ritirarmi solo a pranzo, e poi uscivo di nuovo nel primo pomeriggio, per ritirarmi solo all'ora di cena. Le giornate potevano essere noiose, a volte, o freddissime e bagnate, ma stare in quel posto non mi piaceva, preferivo considerarlo una specie di appoggio, e d'altronde non c'erano riscaldamenti, né attività comuni organizzate dalle volontarie per cercare di tenerci occupati. Al morso della noia preferivo quello del gelo delle strade di Berlino, alle facce sempre uguali degli adolescenti che vivevano in quel posto preferivo quelle sempre diverse e inedite degli immigrati che a migliaia sciamavano per le strade del quartiere, immersi nelle attività più disparate. Giorno dopo giorno, ho imparato ad amare la strada più di quanto amassi il letto nel quale dormivo la notte, e quando mi sono resa conto di avere imparato tutto, di Tempelhof, dai nomi delle vie ai locali pubblici, dai punti d'incontro segreti delle bande ai nomi degli spacciatori di quartiere, riuscendo a riconoscere alla prima occhiata la loro nazionalità per ricondurli al gruppo etnico da cui provenivano, che poi alla fine era come riuscire a capire con uno sguardo a quale banda appartenessero e nelle mani di chi finivano i soldi del loro spaccio, ho pensato a mio padre, e seduta sull'argine in cemento sporco del canale ho pianto, quasi aspettandomi di vedere il suo cadavere riemergere sfigurato dalle acque, chiedendomi se sarebbe stato orgoglioso di me, adesso, se mi avrebbe detto che ero stata una brava bambina o mi avrebbe rimproverata per avere abbandonato mamma senza neanche un ripensamento.
Nel giro di qualche settimana, dover tornare indietro anche solo per i pasti aveva cominciato a diventare un obbligo insopportabile. Non ne avevo voglia, avrei fatto di tutto per smettere di doverlo fare, per potere uscire la mattina presto e ritirarmi solo a tarda sera, risolvendo il problema alla radice.
Dovevo trovarmi un lavoro. Qualcosa che mi permettesse di pagarmi i pasti da me, qualcosa che mi tenesse sulla strada più a lungo.
Sapevo anche cosa.
Mi tagliai i capelli. Da sola, davanti allo specchio. Combinai un disastro, ma tanto non era importante, non lo stavo facendo per nessuno, nemmeno per me stessa. Coi capelli corti e i lineamenti duri che avevo preso da mia madre, non era difficile passare per un ragazzo. Non era un'affermazione di mascolinità, o una negazione di femminilità, o un gesto in contrasto con quello che mia madre era sempre stata e avrebbe sempre voluto per me, il motivo per cui si prendeva personalmente cura dei miei capelli, spazzolandoli a lungo ogni sera ed intrecciandoli perché non si rovinassero durante la notte, era pura convenienza. Da femmina, nessuno mi avrebbe mai presa a lavorare per sé. I quattordicenni maschi che saltavano la scuola per spacciare per le strade invece erano decine, centinaia, e sarebbe stato facile mischiarmi fra di loro.
Andare dai libanesi non era un'opzione, era l'unica scelta possibile. Papà mi aveva insegnato un po' di arabo, quand'ero bambina. Era un po' arrugginito, ma l'avevo rispolverato passando le giornate in mezzo a gente che praticamente parlava solo quella lingua più per una presa di posizione che per reale necessità. Ero indecisa se avrei dovuto dire di chi ero figlia o meno, avevo paura che qualcuno, in qualche modo, avrebbe potuto avvertire mia madre, per cui, in definitiva, non dissi niente. Dissi di chiamarmi Nizar, che avevo quattordici anni ed avevo bisogno di soldi. Speravo che qualcuno mi avrebbe preso sotto la sua ala protettiva, che la mia avventura nel ghetto avrebbe magicamente potuto trasformarsi in una di quelle favole di rivincita e affermazione personale che spesso sentivo raccontare come leggende sia da papà che dagli altri della crew, ma non successe niente del genere. La gente della banda non voleva saperne niente, di me, ero loro utile solo finché potevo tenere uno zaino in spalla e muovermi discretamente da una parte all'altra della città per fare le consegne, che poi finissi ammazzata o in riformatorio per loro era del tutto irrilevante, com'era del tutto irrilevante dove andassi a dormire, o se avessi soldi abbastanza per comprarmi da mangiare quando avevo fame.
Se fosse sempre stato così e dunque tutte le storie che da bambina avevo sentito fossero solo bugie, o che semplicemente fosse cambiato qualcosa negli ultimi anni, quando il quartiere aveva cominciato a sovrappopolarsi e le etnie a mischiarsi sciogliendo legami che fino a quel momento erano stati tenuti insieme dal sangue e dall'unità familiare, io questo non lo so. Man mano che andavo abituandomi a quella nuova vita, mi accorsi anche che non m'interessava. Non ho bisogno di una famiglia, mi dicevo. I soldi, che qualcuno si preoccupasse per me o no, ce li avevo. Non soffrivo la fame. Se avevo bisogno di qualcosa, potevo quasi sempre permettermelo. E di quello che facevo durante il giorno non dovevo rendere conto a nessuno.
Era una vita difficoltosa, ma era una vita libera, e finché continuavo ad essere indecisa su cosa fare di me stessa, su come trovare un modo per rimettere in pari i piatti della bilancia, mi stava bene.
Aspettavo. Qualcosa succederà, mi dicevo, e se non dovesse succedere, vuol dire che non era cosa fin dal principio. Quando mi fermavo a pensare al passato, a mia madre e alle cose che mi ero lasciata alle spalle, pensavo che in fin dei conti preferivo un’eternità sulle strade rispetto a un’eternità in campagna. Non mi lasciavo sfiorare dalle opportunità che scegliere questa via mi aveva precluso. Finire la scuola, frequentare l’università, trovare un lavoro, incontrare qualcuno, formare una famiglia. Avevo tredici anni, quasi quattordici, e non pensavo a niente di tutto questo. L’unica cosa importante era arrivare intera a fine giornata. Imparare a rispondere quando mi chiamavano Nizar. Trovare qualcosa da fare quando i libanesi mi davano tregua, fosse anche bighellonare per ore lungo il canale o per i viali di Alter Park.
E poi, un giorno, mentre aspettavo di essere pagata, è successo.
Akeem, il tizio per cui spacciavamo, io ed altri cinque ragazzini del quartiere, aveva una panineria in Wölfertstraße, sul retro della quale ci riunivamo ogni lunedì mattina per fare un po’ di conti e ricevere la paga. Era un posto schifoso al quale non mi sarei avvicinata neanche con la pistola puntata alla tempia, non fosse stato per il fatto che lui pagava bene e non faceva troppe domande. Lo frequentavano pochissimi clienti, tutti libanesi, tutti di quelle parti, tutta gente in qualche modo imparentata fra loro e con Akeem stesso. Sospettavo che il posto fosse solo una copertura perché si cucinava pochissimo, e la roba che si cucinava non sembrava volerla mangiare mai nessuno (e a ragione). C’era sempre un gran viavai di gente, però, e un sacco di casino perché tutti chiacchieravano ad alta voce fra loro in arabo, e Akeem non spegneva mai la radio.
Io e gli altri cinque stavamo aspettando a pochi passi dalla porta di servizio, ed anche da lì si poteva sentire quella moltitudine di voci che si intrecciavano, sul sottofondo costante della musica rap.
È stato lì che l’ho sentita. La diss di Nyze.
Nyze era stato uno dei più cari amici di papà. Fra la gente dell’Ersguterjunge, era quello con cui andava più d’accordo. La vedevano allo stesso modo su un sacco di argomenti, e visto che Nyze non era sposato e non aveva figli molto spesso papà lo invitava a fermarsi a cena da noi, per stare un po’ in compagnia e discutere cose che magari non si sentiva ancora pronto a discutere con Bushido, o cose simili.
Il rap di Nyze non mi aveva mai fatto impazzire, per cui non furono i suoi meriti musicali ad attirarmi. (D’altronde, nel rap non lo sono quasi mai.) Fu quello che diceva. Era una vita che non si sentiva una diss seria alla radio, e non era difficile immaginare perché quella avesse generato una simile eco: attaccava Bushido, picchiandolo su tutti i nervi più scoperti (Bill Kaulitz, la finta morte, la resurrezione, tutta la merda con Fler e Chakuza), accusandolo di aver trasformato l’etichetta indipendente più importante del panorama hip hop tedesco in un circo di freak. (Come dargli torto.)
Per di più, lo faceva sotto l’etichetta dell’Aggro Berlin. Era passato con loro. (Una cosa per cui mio padre non l’avrebbe mai perdonato. Ma tant’è. Lui è morto. Nyze no. Bushido nemmeno. Ognuno fa quello che deve.)
Sono scappata senza neanche aspettare che Akeem uscisse a portarci i soldi. “Che cazzo fai?” mi gridavano gli altri ragazzini, “Dove te ne vai?”
Non li sentivo più. Avevo aspettato per mesi, rifiutandomi di credere anche solo per un momento che stessi aspettando a vuoto. E finalmente. L’occasione per riequilibrare i piatti della bilancia era arrivata.
*
Nyze mi guarda divertito, le mani giunte, i gomiti appoggiati sul tavolo. A un certo punto, mentre parlavo, si è acceso una sigaretta, che ora penzola mollemente dalle sue dita. Negli ultimi minuti non l’ha toccata, e credo si sia spenta, ma puzza ancora come lo schifo, puzza anzi peggio di prima. Mi dà un fastidio che se avessi solo un po’ di palle in più la afferrerei, gliela strapperei di mano e la pesterei sotto le scarpe. Non lo faccio, però, e lui continua a guardarmi.
- È tutto molto interessante, tesoro, - mi dice alla fine, schiacciandola nel portacenere ancora a metà com’è, come non gliene fregasse niente, - Ma da me cosa vuoi?
- Non lo so, di preciso. – rispondo, aggrottando le sopracciglia, - Usami. Posso servirti a qualcosa. Voglio affondarlo, quello stronzo.
- Questo non riporterà in vita tuo padre. – mi dice lui con ovvietà fastidiosa.
- Lo so da me, questo.
- E allora perché? – lui incrocia le braccia sul petto, le labbra ancora piegate in quel sorriso che mi fa sentire allo stesso tempo spogliata nuda e presa in giro.
- Perché se lo merita! – dico io, alzando la voce, - Perché non è giusto, quello che è successo a mio padre. Se non posso ammazzarlo, voglio almeno vederlo nel fango. Ma una diss non basta, è troppo poco, non serve a niente, io voglio vederlo ricoperto di diss, voglio— posso farle da me! – insisto, avvicinandomi alla scrivania ed appoggiandomici sopra, - Posso raccontare tutta la storia in una canzone! In dieci canzoni! Ti ci faccio un album, ti dico tutto quello che so, quello che mi ha detto mia madre, Bushido finirà in galera, e se non lui la sua principessa sul pisello, ed anche quelle due merde dei suoi tirapiedi, e se anche non sarà così in ogni caso nessuno potrà più guardarli nello stesso modo, lui sarà un uomo finito, e tu e l’Aggro avrete vinto.
Nyze sorride ancora. Butta lì una mezza risata che si conclude in un grugnito, e si accende un’altra sigaretta.
- Tesoro, - mi dice. Continua a chiamarmi così. È insopportabile. Non sono il tesoro di nessuno, io. Tantomeno il suo. – A me della vittoria dell’Aggro non frega un cazzo. – mi guarda serio, adesso, fumando lentamente, - A me questa label di merda ha fatto sempre schifo, fin dall’inizio. È per questo che avevo scelto l’Ersguterjunge. Tu credi che io voglia distruggere Bushido perché è un frocio di merda? – scoppia a ridere, - Dei buchi che frequenta il suo uccello mi frega tanto quanto quelli che frequenta il mio, cioè molto poco. Se gli piace il cazzo, sono fatti suoi. Credi che la roba che metto nelle diss stia lì per una questione di principio? Credi che lo fosse, per tuo padre? Tesoro, - ghigna, - L’unica questione di principio, qui, è sempre stata l’etichetta. La crew. Il gruppo che dovevamo essere. E che Bushido ha distrutto. Ed è per questo, - dice, puntando un indice contro la scrivania e picchiettandolo un paio di volte, - Che io distruggerò lui. Bushido è uscito dal ghetto, - aggiunge, scrollando le spalle, - Vive nella sua bella villa, frequenta un idolo pop, hai visto che gente ha in etichetta?, quello che fa non è più nemmeno hip hop. È lontano anni luce da Tempelhof. Cercare di ammazzare Fler in quel vicolo tre anni fa è stato l’ultimo atto da uomo del ghetto della sua vita. Avrebbe dovuto morirci, in quel vicolo. Come sarebbe stato giusto. Tuo padre lo sapeva, e lui, che era rimasto un uomo del ghetto per davvero, ha deciso di non fermarsi davanti a niente per fare ciò che era giusto fare. Come adesso sto facendo io.
Abbasso lo sguardo. Non voglio sentire. Pensavo sarebbe stato più facile, ma non lo è. Avrei voluto che lui avesse qualcosa da ordinarmi, qualcosa da farmi fare. Per mettermi al lavoro, subito. Cercare di smetterla di sentirmi come se fossi ancora in attesa di qualcosa che non arriva.
Ora invece attendo le sue parole, e ne ho paura, perché quest’uomo continua a raccontarmi cose che io non voglio sapere, e sarebbe stato più semplice continuare a credere che quella di mio padre fosse solo omofobia, che fosse senso del ridicolo, vergogna per quello in cui Bushido stava trasformando l’etichetta.
Ma è qualcosa di diverso. Qualcosa di più profondo. Qualcosa che non posso davvero arrivare a comprendere, una legge non scritta che somiglia più a un istinto primordiale che io non ho, perché il ghetto ho imparato ad amarlo dopo essere scappata ed essermici persa dentro, ma non ci sono nata, non sono figlia di quelle strade, di quei palazzi fatiscenti, del canale, delle strade piene di spazzatura agli angoli, dei muri anneriti e ricoperti di tag.
Mio padre aveva dentro qualcosa che io non ho e non avrò mai. Ed io, che credevo di averlo capito, non facevo altro che guardarlo dall’altro lato di un burrone che non potevo in alcun modo attraversare, da una distanza che non potevo in alcun modo colmare.
Non so più cosa sto facendo in questo posto. Mio padre ha ucciso Bushido in nome di una legge che non riconosco, non è la mia. E secondo quella stessa legge incomprensibile è morto. Poi Bushido è risorto, ma non è più la mia legge che può stabilirne la fine. È quella di qualcun altro, ma io non so se voglio più esserne uno strumento.
- Tesoro, - ride Nyze, - Non fare quella faccia. Cristo, ti ho detto qualcosa che ti ha fatto male? Mi dispiace. – si vede, dalla sua faccia, che invece non gliene frega niente. – E poi non è male, il tuo piano, - continua pensieroso, quel sorriso ancora stampato sulle labbra, - Esporre la verità, e dalla bocca della figlia del morto… sarebbe una cosa enorme. L’unico problema è Fler. Finché quello che facciamo lo implica in qualche modo, Sido non acconsentirà mai. Lo protegge come una fottuta chioccia, neanche fosse un moccioso del cazzo.
- Potremmo provare a lasciarlo fuori. – mi azzardo a suggerire, sollevandogli addosso lo sguardo.
Lui ride ancora.
- Neanche per sogno. – dice, - Se decidiamo di fare questa cosa, la facciamo per bene. Voglio vederli affondare tutti. Se cade Bushido, devono cadere anche tutti gli altri. Primo fra tutti il suo principe reggente. No, Fler deve restarci dentro. È un altro l’ostacolo che dobbiamo eliminare. Non so ancora come, però.
Io deglutisco, avvicinandomi un po’.
Questa non è la mia legge, ma non ho più niente. Niente. Nient’altro. E ho aspettato così tanto.
- Qualsiasi ostacolo sia, - dico, - Posso aiutarti a toglierlo di mezzo. Sono disposta a tutto.
Nyze si volta a guardarmi per un istante. Piega le labbra in un altro ghigno divertito, scostandosi dalla scrivania sulla poltrona girevole.
- Non so cosa farmene di te, tesoro, - dice, - Non ancora, almeno. Ma se vuoi diventare parte di questa cosa, devo sapere che posso fidarmi di te.
- Puoi! – rispondo, - Sono venuta qui! A raccontarti tutto!
- Certo, certo. – annuisce lui, - E io lo apprezzo. Ma quando dici di essere disposta a tutto, be’, non so se crederti.
- Mettimi alla prova. – dico. E nel momento in cui lo dico capisco, prima ancora di vedere il suo sorriso allargarsi, che è esattamente quello che voleva dicessi. Mi ha spinto all’angolo senza che me ne accorgessi, perché sono una ragazzina, perché sono scema anche se non mi piace crederlo, perché siamo troppo diversi e lui viaggia a velocità sostenuta cento passi avanti a me, perché è nato su strade che gli hanno lasciato addosso un’impronta che sulla mia pelle non c’è, anche se parlo arabo, anche se spaccio, anche se mi piace pensare di essere sbocciata a Tempelhof come un fiore di cemento. Non era cemento, era un prato. Sono volata in città e ora il cemento mi spezza alle radici.
Forse mia madre aveva ragione. Era Buckow il posto più adatto a me.
- D’accordo. – dice Nyze. Lo vedo sbottonarsi i jeans e abbassare la cerniera. Non dice niente, non ce n’è bisogno.
Forse mia madre aveva ragione, penso, ma non riesco a rassegnarmi. Mi piego sulle ginocchia, chiudo gli occhi e ingoio fingendo che non m’importi, provandogli che sono già sporca come lui pensa che io sia, anche se non è vero, anche se è lui che mi sta sporcando per primo.
Alla fine, Nyze è soddisfatto. Io penso solo che non vedo l’ora di tornare al canale, sedermi sulle sue sponde, guardare nelle sue acque scure, immaginare di vedere papà.
Sono stata una brava bambina, papà? Sono stata brava abbastanza?

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