Blessings are not just for the ones who kneel

di tabata
Quando ero più giovane, ero fermamente convinto che non esistesse una sola definizione di normalità. La società – intesa come quell'insieme di persone benestanti che dall'alto della loro bella vita si permettevano di guardare noialtri del ghetto con superiorità – poteva ripetere all'infinito che normale, per un ragazzino di diciassette anni, era avere un padre e una madre, vivere in una casa con la luce e l'acqua corrente, andare a scuola, avere degli amici della sua età e un lavoretto part-time per imparare che il denaro lo si guadagna con fatica, ma per me che abitavo in un quartiere che era morto da tempo e resuscitava soltanto di notte, portandosi dietro la merda peggiore direttamente dall'inferno, la normalità non poteva essere quella. La mia normalità era avere soltanto una madre che si ammazzava di lavoro, quando riusciva a trovarlo, e piangeva per giorni quando invece non c'era. La mia normalità era passare più tempo per strada che in qualunque altro posto, e in certi anni non sapere neanche dove fosse la mia classe a scuola perché da quando era iniziato l'anno non ci ero mai entrato. Il mio lavoro part-time era fare il corriere per Arafat e non avevo alcuna necessità di imparare che i soldi bisogna sudarseli perché, magari non lavoravo in miniera, ma sapere che se mi fregavano la roba, non mi pagavano abbastanza o facevo casino con i conti quello poteva anche ammazzarmi, era sufficiente a rendere l'idea che dovevo metterci dell'impegno.
Ma d'altronde quella che era la mia normalità, era anche l'unica normalità che la società di cui sopra accettava per me, perché quelle belle madri bionde con il marito bancario che discutevano tutto il giorno con altre amiche bionde col marito imprenditore o politico di quanto orribile fosse la condizione di certi ragazzini, poi non volevano che i suddetti ragazzini passassero del tempo con le loro figlie bionde. C'era una normalità generica a cui bisognava aspirare e una normalità reale – quella del ghetto – che era normale per quelli come noi, non so se rendo l'idea.
Poi è arrivato il rap – o meglio, come sempre, mi sono dato la possibilità di farlo, non è che sia scesa dal cielo per volontà divina – e la mia normalità è cambiata di nuovo. Arafat è rimasto, ma mia madre ha smesso di piangere. Improvvisamente era normale per me, che fino al giorno prima per tutti quanti puzzavo d'immigrato senza mai esserlo stato, poter entrare nei salotti bene, entrare negli studi televisivi tra due ali di folla, ricevere premi. Perché se sei mezzo tunisino e spacci, devi essere una brutta persona. Ma se sei mezzo tunisino e vinci dischi di platino, la cosa che spacci tutti fanno finta di dimenticarsela. E' normale che tu venga trattato bene perché produci denaro, oltre che guadagnarlo.
La mia normalità sembrava essersi stabilizzata – anche perché mi sembrava di un tipo accettabile, uno di quelli che potevo anche dire va bene così, non voglio altro nella vita – ed è arrivato Bill. La questione di Bill l'abbiamo già ampiamente affrontata, mi pare. Non è che ora voglio stare qui a raccontarvi di nuovo di come ci siamo conosciuti, amati, e di come sono morto perché, francamente, questa cosa che tutti continuano ciclicamente a ricordarmelo – come se non lo sapessi – mi fa incazzare. Non sono morto davvero, sapete perché ho finto, ho dato una spiegazione più che esauriente e mi aspetto che non solo sia accettata, ma che non se ne faccia più parola. Ad ogni modo, Bill arrivando ha fatto una cosa precisa: ha distrutto non solo la mia normalità, ma quella di tutti gli altri. La normalità per quelli come noi - che in quel caso significava rapper del ghetto – era avere più donne, possibilmente idiote e zoccole, per un quantitativo abbastanza ragionevole di tempo e poi trovarne una con cui mettere la testa a posto e fare dei figli. Io ho scelto Bill – che di certo non era donna e non potevo farci dei figli – e per qualcuno questo non era normale. Come al solito, ho fatto come ho voluto io. E' per questo che adesso, esattamente tre anni dopo, quando normale significa avere a pranzo due uomini che si sono appena sposati a Las Vegas e una decina di altre persone che con loro compongono la mia famiglia allargata, ricevere notizie come quelle che sto ricevendo e organizzare la mia vita come sto per fare, capisco che una definizione per normalità esiste eccome, ed è insindacabile. Normalità e quello che io decido essere normale. Questa tavolata, per dire, lo è.
L'idea della cena è stata di Bill, che ultimamente si è ripreso così bene da far desiderare a tutti quanti che la sua convalescenza fosse durata di più. Durante il periodo in cui è stato male, ci siamo tutti beatamente dimenticati com'era, Bill, quando non aveva un solo problema al mondo e l'unica vita che conosceva era quella super-protetta che David gli aveva assicurato. Non che sia tornato così tanto indietro da costringermi a ricominciare tutto da capo, ma dal momento che David ha scampato la morte, lui e la sua band hanno ora la possibilità di tornare a suonare e Chakuza non ha portato a casa una donna qualunque che lui non avrebbe approvato costringendo me ad ucciderli entrambi, lui e Chakuza intendo, può concentrarsi sulle cose che preferisce, e cioè dare feste e coordinare i tovaglioli con le tende, una cosa che francamente non comprendo ma che sono disposto a sopportare se poi il risultato è qualcosa che approvo. Guardo questa stanza che va riempiendosi di persone che si salutano fra loro e mi dico che era esattamente questo l'obbiettivo che stavo cercando di raggiungere. Li volevo tutti insieme come sono adesso e ci sono riuscito. C'è voluto più del previsto, ma d'altronde non è mai stata una questione di tempo.
La scusa ufficiale per questa cena è festeggiare il matrimonio di Fler e Chakuza.
“Non capisco perché dovremmo farlo,” dice Eko, impedendo a Karima di prendergli il giubbotto e legandoselo stretto in vita per evitare che la mia povera domestica, già vessata dalla costante presenza di Bill nella sua vita per altro, tenti inutilmente di fare il suo lavoro. “Assistere all'intera cerimonia non era una tortura sufficiente?”
Bill ride, del tutto impermeabile all'atteggiamento di Eko verso questa cena in particolare ma anche verso tutto il resto. “Allora possiamo festeggiare il nostro ritorno da Las Vegas," propone. "Ciao Valezka.”
Valezka è un souvenir che abbiamo riportato a casa da Las Vegas. C'è chi riporta riproduzioni della Statua della Libertà dagli Stati Uniti, io un pezzo del mio passato. A pensarci bene, si potrebbe anche dire che una parte importante della mia storia è iniziata proprio con lei. E' per lei che Eko aveva perso la testa più di dieci anni fa. E' per lei che io mi sono schierato con lui aprendo quella crepa fra me e l'Aggro Berlin che poi mi ha portato ad allontanarmi da Fler e, in un certo senso, tutto quello che è successo dopo. E' solo giusto che adesso che quella parte della mia vita si è chiusa (la crepa no, ma non sei nessuno se non hai dei nemici, alla fine), anche lei fosse di nuovo con noi. Era un pezzo mancante che non stavo cercando, ma che come tutti gli altri è tornato a casa.
"Ragazzi, non fatemelo ripetere," la voce di Bill perde la sfumatura gentile che aveva un minuto fa e sovrasta quella di tutti. Ogni tanto ci dimentichiamo quanto può urlare. "Sedetevi."
Un tempo questa casa era una tana. Periodicamente i ragazzi la prendevano d'assalto, ci restavano dei giorni e quando se ne andavano il salotto era una scena di guerra, con cibo, bottiglie vuote e posaceneri pieni dappertutto. Era un incontro tra animali che si comportavano come la natura aveva insegnato loro.
Poi è arrivato Bill che ha costretto tutti quanti ad un salto evolutivo. Alcuni sono rimasti scimmie, ma almeno sanno sistemarsi il tovagliolo sulle ginocchia.
Sono felice e rilassato. Per la prima volta da molti mesi sento che ogni cosa è al suo posto e non devo preoccuparmi di niente – è un bel risultato dopo che abbiamo trovato David sbudellato in un magazzino.
Ma mentre prendiamo posto al tavolo, sento che qualcosa non quadra. E' difficile da spiegare. Non è un dettaglio che vedo o che sento, non è qualcosa di fisico.
Quando stai sulle strade per tanto tempo come ho fatto io, sviluppi un sesto senso che ti serve per sopravvivere. Quelli che non ce l'hanno muoiono, è semplice. Quando la tua vita dipende da quanto sei furbo, non puoi permetterti di reagire alle cose quando succedono. Devi reagire prima che capitino o, quanto meno, essere pronto ad accoglierle. E questo puoi farlo solo se riesci a cogliere quel minimo cambiamento, quella vibrazione che precede un grande evento. Devi saper annusare l'aria, ecco.
E in questo momento l'aria in casa mia ha un odore molto strano.
Li osservo tutti uno per uno, cerco la vibrazione che mi inquieta. Forse non è niente di grave – è vero che stiamo ancora cercando lo stronzo che ha quasi ucciso Jost, ma di certo non mi aspetto di trovarlo fra le persone sedute a questo tavolo – ma le sorprese non mi piacciono, per cui, qualunque cosa sia, voglio capire almeno da che parte ha intenzione di arrivare. Lo capisco quando poso gli occhi su Tom.
Io e Tom abbiamo un rapporto strano, non ci siamo mai stati troppo simpatici per tutta una serie di motivi che già sapete, ma siamo arrivati più o meno a capirci, strano a dirsi, quando io sono tornato da Miami. Di tutte le persone che avevo intorno lui è stato l'unico a capire per quale motivo avevo fatto quello che ho fatto, forse perché, a parti invertite, lui avrebbe fatto lo stesso o qualcosa di molto simile. Questo ci ha dato una possibilità, un terreno comune, diciamo, per poterci ragionevolmente sopportare. Lui ha apprezzato il mio tentativo di proteggere suo fratello – forse ha apprezzato il mio tentativo di scomparire dalla sua vita, in realtà, ma lascio correre – io ho apprezzato la sua comprensione. Basiamo su questo briciolo di rispetto la sopportazione l'uno dell'altro, e non facciamo mai nessun passo che possa portarci in qualunque altra direzione. Questa è la nostra dimensione, e va bene così. Ma ora lo leggo nei suoi occhi che qualcosa è cambiato. Anzi, per essere precisi, che è successo qualcosa, lui ha fatto qualcosa che sbilancia di nuovo gli equilibri.
Lo so perché, come ho detto, queste cose le sento, e anche perché nei suoi occhi quello sguardo io l'ho già visto. Conosco il modo nervoso in cui improvvisamente comincia a muoversi quando ha qualcosa da dire o qualcosa per cui rendere conto. L'ultima volta è stato quando si è presentato a casa mia in compagnia di Cassandra. Lui lo sapeva che non avrei apprezzato. Non che abbia rinunciato, ma si è presentato con una certa dose di inquietudine, sapendo che potevo reagire in qualsiasi modo, ma pronto a difendere le proprie scelte, questo va detto. Io pensavo che Tom fosse solo un cretino, ma in realtà è uno che ha fatto la guerra negli ultimi mesi, e nemmeno per colpa sua, e ne è uscito in piedi senza mai vacillare, non è cosa da poco. Quando ci siamo confrontati seriamente sulla questione Cassandra, io gli ho detto che lo avrei ammazzato se l'avesse fatta soffrire, ma Cassandra adesso è qui e sembra che fra loro vada tutto bene.
Lo osservo per tutta la sera e aspetto. Lui forse si sente il mio sguardo addosso o forse no, non lo so, ma in due ore che dura la cena non mi guarda mai. Parla con tutti, ride, ma i suoi occhi glissano su di me ogni volta che per caso si gira dalla mia parte. Il coraggio lo trova solo quando decidiamo di brindare.
"L' ultimo anno è stato molto impegnativo," dico alzandomi, la bottiglia di champagne sul tavolo di fronte a me, mentre i ragazzi si passano i bicchieri. Non perdo tempo a fare il riassunto di tutta la merda che abbiamo passato perché non ne possiamo più di raccontarcela a vicenda, ma voglio ricordare a tutti quanto siamo forti, questa è una cosa che ci meritiamo di sentire continuamente. "E gli ultimi mesi, in particolare, ci hanno messo alla prova. Hanno quasi ammazzato uno dei nostri," continuo con un cenno a David che annuisce, "e per questo pagheranno, ma possono colpirci solo quel tanto che gli permettiamo, e da questo momento in poi non lo faremo più."
I ragazzi annuiscono, esultano ed alzano i bicchieri e per un momento nella stanza c'è tanto di quel casino che devo alzare una mano e chiamarli perché si calmino e, quando non lo fanno, m'infilo due dita in bocca e fischio così forte che Bill al mio fianco fa una smorfia e si tappa un orecchio. "Non ho ancora finito," dico quando finalmente chiudono la bocca. Qualcuno si schiarisce la gola e guarda in basso. Mi viene da ridere perché sembrano tutti tornati alle elementari. "Abbiamo un'altra cosa importante da festeggiare," continuo invece, e piano piano il mio viso si distende per davvero e non riesco a non ridere perché dieci anni fa, forse, avrei ucciso qualcuno pur di lavare un'onta simile, e invece ora sono qui a brindare e, sinceramente, non me ne frega un cazzo di come la sfangheremo stavolta, non so nemmeno come la sfangheremo stavolta, perché è un gran casino far digerire alla gente che stai con uno come Bill, però ce la puoi fare se hai la testa dura, perché Bill, con la faccia che ha, ti aiuta. Voglio dire, pure se ti fanno schifo i finocchi, pure se la sola idea ti fa vomitare, Bill un po' ti scuote. Lo so che là fuori un sacco di gente ha mandato giù questa faccenda e non gli è rimasta incastrata in gola solo perché se strizzi gli occhi e non guardi bene, Bill ti confonde. E allora è facile pensare Ma non è proprio un maschio, quindi ci sta. Chakuza e Fler no, però. Tu non puoi guardare Fler, né tanto meno Chakuza, cazzo, e pensare di poterli digerire fingendo che non siano due maschi. C'è un limite alla fantasia umana e quel limite sono loro due, immagino. Ma non me ne frega niente. Per quanto Chakuza mi stia sulle palle in questo momento, per quanto non è che mi vada proprio bene che metta le mani su Fler, non me ne frega un cazzo di come usciremo da questo ennesimo bordello, di come manderemo giù per la gola alla gente anche loro. In qualche modo faremo, penso. Se c'è qualcuno che può farlo siamo noi, perciò vaffanculo a tutto. "Ai nostri due sposi," esclamo e rido perché Fler vorrebbe poter scavare un buco nel pavimento e saltarci dentro e sparire. Mi mandano tutti e due a cagare tra gli applausi generali e io penso che potrei vivere per questi momenti qui, momenti di gente che mi bestemmia dietro per delle belle ragioni, momenti in cui faccio quello che voglio - facciamo, noi tutti, quello che vogliamo - e non devo rendere conto a nessuno. Uno dovrebbe vivere solo di momenti come questi, mi dico, è per questo che lavori. Per poter fare il cazzo che vuoi con la gente che vuoi.
E poi Tom si alza in piedi e si schiarisce la gola. Finalmente, penso, le hai cercate tutta la sera le palle, alla fine le hai trovate. "C'è una cosa che devo dirvi," esordisce e poi mi alza addosso un paio di occhi allucinati che, francamente, comincio a pensare di dovermi preoccupare – poi è vero, mi devo preoccupare, ma in quel momento penso a qualcosa di veramente serio, tipo, polizia, droga, malattie mortali, cose del genere – e mantengo il sorriso solo perché non esiste che Tom si alza, si prepara a tirare una bomba e io m'inquieto. Non esiste proprio. "Se posso, Bushido," aggiunge anche, il che fa zittire anche tutti gli altri. All'improvviso sono tutti quanti consapevoli che sta per succedere qualcosa. Ci sono arrivati tardi, ma ci sono arrivati.
"Prego," concedo io, e mi siedo. Anzi no, prendo proprio possesso della sedia. Mi ci rilasso, se ne avessi una di quelle con i braccioli, mi ci appoggerei come un capocosca nei film sulla mafia. Allargo le gambe, appoggio la schiena, le braccia rilassate sulle ginocchia come fosse tutto tranquillo, perché lo so che lui non lo è.
Tom si schiarisce la voce e fa una lunga pausa, credo per cercare il modo di dire – di dire a me nello specifico – quello che deve dirmi, e ora lo so che poteva cercare anche tutta la sera e non avrebbe mai trovato le parole giuste perché non ci sono.
"Abbiamo detto che è bello essere di nuovo tutti qui," inizia un po' incerto, "e siamo tanti, dico bene?"
Cerca in giro un qualche consenso, qualcuno annuisce ma nessuno capisce dove voglia andare a parare, nemmeno io francamente.
"Ecco," annuisce, come se qualcuno gli avesse detto esattamente quello che voleva sentire. Poi alla fine non ce la fa più, sospira e alza lo sguardo su di me ancora una volta. "Presto saremo uno in più perché..."
Tutto il mio corpo si tende, una parte di me ha già capito prima che io me ne renda conto. Alla mia destra sento un movimento e so che è David, lo so perché subito dopo essersi mosso sulla sedia esala una specie di sospiro strozzato. "...perché Cassandra aspetta un bambino," conclude Tom con la voce di qualcuno che è pronto a morire ormai, perché davvero anche la morte sarebbe preferible al continuare a stare in piedi e parlare. E infatti si siede mentre la tavolata cade nel silenzio più assoluto e tutti si girano nello stesso momento verso di me.
Ci sono notizie che interiorizzo istantaneamente, sono quelle per le quali so che devo avere una reazione immediata. Quando ho visto David riverso al suolo, non mi sono fermato a pensare che poteva morire e lo avrei perso e poi avrei dovuto dire a Bill che era morto e lo aveva perso anche lui. Non avevo il tempo di abituarmi all'idea. In questo momento invece le parole di Tom mi arrivano chiare, e sono semplici, veramente semplici, ma non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di accettarle così come sono. Non so nemmeno se quello che mi dà fastidio è che Cassandra è incinta o che è incinta di Tom. Credo che siano due nozioni diverse, nessuna delle quali sono pronto ad assimilare.
"Io ti ammazzo." E' la prima cosa che dico perché è la prima cosa, fra tutte quelle che valuto, che veramente mi sembra adeguata alla situazione. E' la verità, e la verità va quasi sempre bene, specialmente se è per chiarire la situazione a tutti quanti.
"Cassandra vuole tenerlo," dice Tom e poi, subito, aggiunge. "E anch'io."
La tavolata, sempre zitta, è scossa da un brivido collettivo. Poi qualcuno si alza, è Eko. Si è già messo a portare via i piatti. Tom si schiarisce di nuovo la gola sotto il mio sguardo che non si è spostato di un centimetro, sto veramente cercando di fargli un buco in testa solo guardandolo. "Ecco, sì, insomma," balbetta, "pensavamo che dovessi saperlo."
Alla mia sinistra sento lo sguardo di Cassandra e so perfettamente che non sta sorridendo, mi sta minacciando, lo so, per questo non mi giro. E anche per questo lei parla. "Bushido, nessuno ti sta chiedendo il permesso," mi dice con severità, ma assolutamente tranquilla. "Vorrei che questo fosse chiaro."
Ogni tanto, è vero, ho bisogno di ricordarmi che lei fa sempre come cazzo le pare. Vorrei dirle che, anche se le fosse passato per l'anticamera del cervello di chiedermelo, il permesso, ormai è tardi, che il danno l'hanno fatto e che, se proprio dovessi porre rimedio, a questo bambino toglierei il padre, non certo la possibilità di vivere. D'altronde a questo tavolo abbiamo una lunga tradizione di uomini senza padre, uno in più o uno in meno non farebbe granché differenza. Anzi, se c'è qualcosa che qui sappiamo fare è proprio crescere senza un padre. E' decisamente una delle specialità della casa.
"Capisco," dico alla fine. E poi è come se la stanza esplodesse, dico davvero. Io nella mia assoluta immobilità mentre intorno a me tutti quanti si alzano o allungano un braccio a battere sulla spalla di Tom o quella di Cassandra. Bill si getta tra le braccia del fratello e gli si attacca al collo urlando qualcosa riguardo al fatto che saremo presto zii, io e lui, che è una cosa sulla quale sarà meglio che discuta con lui più tardi. David in tutto questo sta piangendo. Piange e ride e singhiozza ancora più forte perché per qualche motivo le risate lo fanno piangere ancora di più. Non era così contento nemmeno quando gli abbiamo detto che non moriva.
Immagino che sia un po' come sentirsi dire che sta pre diventare nonno, d'altronde è un po' il padre dei gemelli, e infatti finisce che quei due lo abbracciano, e quello allora si mette a piangere ancora più forte.
Se qualcuno aveva da ridire sulle nostre scelte di vita, forse dovrebbe preoccuparsi del livello di emotività a cui siamo arrivati. "D'accordo, va bene, ora basta," commento, battendo le mani per attirare l'attenzione di tutti quanti. "Fatela finita. Ci sono talmente tanti ormoni liberi in questa stanza che comincio a sentirmi a disagio. Tom, siediti."
Tom si siede all'istante, con suo fratello avvolto addosso come una sciarpa. "Sì," dice. "Ascolta, Bushido, davvero, lo so che ti gira male, ma non è che..."
"Zitto."
"Sì."
"Bushido..." inizia Cassandra minacciosa.
Io sollevo una mano e sospiro. "Cassandra, lasciami parlare," dico. Aspetto di vederla annuire e poi continuo. "Sono dell'idea che dare al mondo un altro Kaulitz non sia una grande trovata, ma..."
"Anis!" Sbraita Bill indignato.
"Ma," insisto, con un sorriso che lo seda istantaneamente, "se c'è qualcuno che può migliorare i tuoi geni, Tom, quella è Cassandra, perciò ti auguro che prenda tutto quanto da lei."
Sento i nervi di tutti rilassarsi, c'è un unico grande sospiro di sollievo e penso e spero e lascio che calmi anche me perché l'unico modo che ho di accettare questa cosa è farla mia, come il resto. E mentre penso a questo, penso anche che una soluzione ce l'ho.
"Ha ragione," scherza David, tirando su col naso con un sorriso che gli va da un orecchio all'altro. "Comunque, questa bella notizia mi fa venire in mente che stavo giusto cercando una scusa per dare una festa. Ho bisogno di distrarmi dopo la perdita di J.J., pertanto siete tutti obbligati a venire da me. Non accetto un no come risposta."
"Ma è morto?" Chiede Chakuza.
"Chi?" Chiede Eko, che è tornato dalla cucina non appena ha sentito ridere.
"J.J." risponde Chakuza.
"E chi cazzo è J.J., ora?" Esclama Eko, sconvolto. Cose accadono intorno a lui e lui non ne sa niente. Non è già abbastanza che tornino i morti?
"L'uomo della mia vita," sospira David, annuendo sconsolato. "Ci amavamo molto, ma il mondo aveva bisogno di lui."
Eko non sembra granché impressionato dall'eroicità di J.J., lo perplime più che altro la festa. "E cosa dovremmo festeggiare? Che se n'è andato?"
"No, ovviamente! La festa serve per consolarmi," sbotta David, sospirando. "Eko, vieni e basta."
"Una festa mi sembra un'ottima idea," commento. Nella mia testa c'è un piano chiarissimo per il futuro e sono così compiaciuto della cosa che provo un piacere quasi fisico nel comunicarlo. "Celebreremo il nuovo arrivo, consoleremo David e ne approfitteremo per dire addio a tutto quello che ci siamo lasciati alle spalle. A tal proposito, ho anche io un annuncio da fare."
"E sarebbe?" Chiede Fler.
"Visti i recenti sviluppi e visto che vogliamo rimettere in piedi l'etichetta e comunicare un'idea di unità, visto che vogliamo che la gente là fuori sappia che siamo un gruppo compatto," dico e mi fermo, voglio vedere se qualcuno protesta, ma nessuno lo fa, "ho deciso di far costruire una serie di ville intorno a questa, per voi, per le famiglie che siete ora e per quelle che state per diventare. Non saremo più sparsi per il quartiere, saremo noi il quartiere."
Il silenzio cala di nuovo, ma stavolta io almeno sorrido.

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